La nuova era multipolare prende forma a Pechino

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La nuova era multipolare prende forma a Pechino

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Nel pieno della crisi mediorientale e mentre l’ordine internazionale costruito attorno all’egemonia USA mostra crepe sempre più evidenti, da Pechino arriva un segnale destinato a pesare sugli equilibri globali dei prossimi anni. L’incontro tra Xi Jinping e Donald Trump non è stato soltanto un evento diplomatico di alto profilo, ma la rappresentazione plastica di un mondo che sta cambiando rapidamente. Come si evince dalle dichiarazioni ufficiali cinesi, emerge una linea politica precisa: sostituire la logica dello scontro sistemico con quella della “stabilità strategica costruttiva”. Xi ha parlato di cooperazione come asse principale delle relazioni bilaterali, competizione entro limiti controllabili e differenze da gestire senza precipitare nel conflitto. Un linguaggio che segna una distanza netta dalla narrativa occidentale degli ultimi anni fondata sul contenimento della Cina. Dietro la retorica della cooperazione, tuttavia, si intravede soprattutto il nuovo rapporto di forza tra Washington e Pechino.

Trump è arrivato nella capitale cinese accompagnato dai vertici di colossi come Apple, NVIDIA e Tesla, segnale evidente di quanto l’economia USA continui a dipendere dal mercato cinese e dalla stabilità delle relazioni con Pechino. Non a caso, il presidente statunitense ha scelto toni insolitamente concilianti, definendo Xi “un grande leader” e la Cina “un grande Paese”. Il punto centrale è che gli Stati Uniti sono oggi costretti a cercare una forma di stabilizzazione con la Cina da una posizione molto meno dominante rispetto al passato. Ed è qui che si inserisce l’analisi di Pino Arlacchi, che in una recente intervista ha descritto il progressivo passaggio verso un mondo multipolare e “post-statunitense”. Secondo Arlacchi, la guerra indiretta con l’Iran e l’instabilità mediorientale stanno imponendo costi enormi a Washington, molto superiori a quelli raccontati all’opinione pubblica occidentale. Le difficoltà militari e finanziarie aumentano le pressioni interne sull’amministrazione Trump, soprattutto da parte del Pentagono, alla ricerca di una via d’uscita strategica. In questo contesto, il viaggio a Pechino appare meno come una dimostrazione di forza USA e più come un tentativo di evitare un ulteriore deterioramento degli equilibri globali.

La Cina, infatti, non sembra avere alcun interesse a salvare l’egemonia statunitense. Forte della propria autonomia industriale, della centralità nelle catene produttive globali e del ruolo crescente dei BRICS, Pechino si presenta ormai come il baricentro di un nuovo sistema economico internazionale. Non è casuale che Xi abbia insistito sul concetto di “mutuo vantaggio” e sulla necessità di abbandonare la mentalità da guerra fredda. Dietro questa formula c’è la consapevolezza cinese che il tempo storico lavori oggi a favore dell’Asia. Anche sul piano economico, Pechino ritiene di poter assorbire eventuali shock energetici o commerciali molto meglio delle economie euro-atlantiche. Arlacchi sostiene infatti che un’eventuale escalation dei prezzi energetici colpirebbe soprattutto l’Occidente, già attraversato da inflazione strutturale, debito crescente e fragilità industriali. La Cina, grazie a una forte pianificazione statale e a una minore esposizione alla speculazione finanziaria, dispone invece di strumenti più efficaci per contenere le crisi. Sul tavolo restano naturalmente questioni esplosive, a partire da Taiwan, che Xi ha definito il nodo più sensibile delle relazioni sino-statunitensi. Ma proprio il fatto che Washington abbia scelto di rilanciare il dialogo dimostra quanto sia cambiato il quadro internazionale rispetto a pochi anni fa. Anche il simbolismo della visita ha avuto un peso politico rilevante. La passeggiata congiunta di Xi e Trump al Tempio del Cielo è stata interpretata dai media cinesi come il segnale della ricerca di un “raccolto comune” tra le due potenze. Un’immagine accuratamente costruita per trasmettere l’idea che la stabilità globale non possa più essere dettata unilateralmente dagli Stati Uniti. Parallelamente, Arlacchi lega questo mutamento geopolitico alla necessità di rifondare le istituzioni internazionali.

La sua candidatura alla guida dell’Organizzazione delle Nazioni Unite punta infatti a superare un assetto nato nel secondo dopoguerra e ormai considerato incapace di rappresentare il nuovo equilibrio mondiale. L’idea di sostituire il Consiglio di Sicurezza con un “Consiglio della Pace” eletto democraticamente riflette proprio questa transizione verso un ordine multipolare. Il vertice di Pechino sembra dunque raccontare una verità sempre più difficile da ignorare: la fase dell’unipolarismo USA sta lasciando spazio a un sistema internazionale più frammentato, nel quale la Cina non cerca semplicemente di entrare nell’ordine esistente, ma di ridefinirne le regole.


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