“La giustizia è il karma della storia: la mia parola non si arrende al fascismo”. Intervista esclusiva a Tarek William Saab, Procuratore generale del Venezuela

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“La giustizia è il karma della storia: la mia parola non si arrende al fascismo”. Intervista esclusiva a Tarek William Saab, Procuratore generale del Venezuela


di Geraldina Colotti 

 

Brandisce versi e tatuaggi, gli occhi neri come dardi, e s'infiamma parlando di giustizia e di poesia. In Tarek William Saab (nato a El Tigre nel 1962) sembra convivere la tensione morale di un Saint-Just - l'angelo della Rivoluzione francese che non ammetteva macchie sull'ideale di virtù - e la ricerca spirituale dei personaggi di Hermann Hesse. Con 45 anni di vita letteraria alle spalle, Saab è una voce unica nel panorama lirico castigliano, capace di abitare il limite tra la carne e lo spirito.

Avvocato specializzato in Diritti umani e attuale Procuratore generale della repubblica, ha costruito un percorso intellettuale che conta 17 libri pubblicati — tra cui Los Ríos de la Ira (1987), Cielo a Media Asta (2000) e il recente Un Tren Viaja al Cielo de la Medianoche (2025) — per un totale di 36 edizioni internazionali in paesi come Russia, Cina, Egitto e Italia.

La sua opera, definita da Hugo Chávez come "vibrante, profonda e patriota" e da Juan Liscano come un "riscatto della teologia rivoluzionaria", si è fatta cronaca viva in Los Niños del Infortunio (2006), scritto in Pakistan e con l'ammirazione di Fidel Castro. Pluripremiato a livello internazionale, Saab redime il ruolo della "parola insurgente", trasformando la sua militanza, di ascendenza araba, in una dottrina di salvezza che fonde etica e lirica nel cuore della tempesta venezuelana.

Ma Saab è, prima di tutto, un figlio della "Patria Grande". La sua voce si inserisce in quel solco profondo tracciato da José Martí, dove la parola è al servizio della libertà, e da Roque Dalton, che della poesia fece un’arma di guerriglia contro l'ingiustizia. C’è in lui l’eco della "poetica del fango e della gloria" di un Víctor Valera Mora, quel sentire venezuelano che sa essere viscerale e al tempo stesso colto, ribelle e profondamente radicato nel paesaggio.

Per Saab, la "giustizia poetica" non è una metafora, ma una prassi. Se Saint-Just scriveva che "non si può regnare innocentemente", Saab risponde con una legalità che è anche riparazione etica, un "karma" che trasforma la sentenza in un atto di difesa della sovranità contro l’assedio imperiale. In questo incontro, commento ai suoi quarant'anni di opera poetica culminati in Soñando el Largo Viaje, il Procuratore Generale si sveste della toga per mostrare la carne viva di chi ha attraversato il fascismo del 2002 e la resilienza di chi vede nella cultura l’ultima linea di difesa contro la barbarie.

Questa immagine di lei come un "giacobino bolivariano" che recita Martí e Roque Dalton affascina anche l’Europa. Lei brandisce versi e s'infiamma per la giustizia. In questo presente di aggressione multiforme, come convivono in Tarek William Saab il rigore del Procuratore e la libertà del poeta?

Credo che la coerenza sia l'unico ponte possibile tra la legge e l'anima. Come per Martí, per me il dovere è un altare su cui si sacrifica tutto, ma è la poesia a dare il respiro necessario per non soccombere alla durezza del conflitto. La mia voce poetica è nutrita dalla stessa sete di giustizia che muoveva Roque Dalton: l'idea che la poesia debba essere come il pane, per tutti e tutte. Nella mia antologia Soñando el Largo Viaje noterà che il tono si è fatto più decantato, ma la passione è la stessa di quando leggevo i classici o quando scrivevo tra le montagne dell'Himalaya. Come diceva il nostro "Chino" Valera Mora, noi siamo fatti di questa materia: una ribellione che non accetta compromessi, ma che cerca sempre il lirismo per poter durare oltre il tempo della battaglia.

Veniamo alla battaglia politica. Lei ha denunciato con forza il ritorno di un’estrema destra "neofascista" dopo le elezioni del luglio 2024. Quali casi emblematici hanno segnato l'azione del Ministero Pubblico in questo senso?

Quella che affrontiamo oggi è una fazione transnazionale che usa l'odio e la tecnologia come armi. Il Ministero Pubblico è stato l'argine contro i piani dei settori più estremisti. Abbiamo perseguito crimini d'odio atroci durante le cosiddette "guarimbas cibernetiche". Un caso decisivo è stato lo smantellamento dell'operazione Brazalete Blanco, un piano per l'omicidio del presidente e assalto alle caserme. Abbiamo anche ottenuto sentenze storiche contro il sabotaggio elettrico. Per noi la giustizia non è vendetta, ma l'unica garanzia affinché il fascismo non diventi la norma.

Eppure Washington continua a parlare di "persecuzione politica" mentre stringe il cappio delle sanzioni. Qual è la sua risposta a questo assedio multiforme?

È un'ipocrisia totale. L'aggressione degli Stati uniti è una violazione massiccia dei diritti umani. Le loro "sanzioni" sono misure coercitive unilaterali volte a provocare morte. Il Ministero Pubblico documenta questo impatto devastante ogni giorno; per noi sono crimini di lesa umanità. L'aggressione si manifesta anche nel furto di beni come CITGO o del nostro oro a Londra. Di fronte a questo, la nostra risposta è la "Giustizia Sovrana": non permetteremo che una potenza straniera utilizzi la fame come arma di ricatto politico.

Stiamo chiudendo questo 2025 sotto una delle fasi più aggressive della cosiddetta "guerra ibrida". L'amministrazione statunitense è arrivata a utilizzare metodi di pirateria internazionale per tentare di appropriarsi del petrolio venezuelano e ha promosso il terrorismo con la scusa della lotta al narcotraffico nei Caraibi. Come analizza lei questo assedio che mira al controllo delle risorse e del territorio del Venezuela?

Siamo di fronte a una delle fasi più terribili della guerra ibrida. L'amministrazione Trump non ha risparmiato sforzi nel promuovere il terrorismo internazionale per uccidere innocenti nel Mar Caraibico, usando la falsa scusa della lotta al narcotraffico. È un'infamia: il Venezuela non è un paese produttore né trafficante. Il 95% della droga che arriva negli Stati Uniti proviene dalla costa del Pacifico, da paesi come la Colombia o il Perù, a migliaia di chilometri dalle nostre coste. Noi siamo solo un paese di transito marginale, meno del 5%, e la nostra lotta è implacabile con sequestri record. In realtà, usano la paura e il terrorismo, violando tutte le dichiarazioni dell'ONU, per rovesciare il governo legittimo del presidente Nicolás Maduro. È pirateria del XXI secolo per rubare il nostro petrolio, ma il mondo, con la Russia, la Cina e il Consiglio di Sicurezza, sta già reagendo contro questa politica senza precedenti. Il Venezuela è oggi l'avanguardia mondiale e il presidente Maduro si consolida come un leader globale che ispira i popoli nella loro lotta per la liberazione.

Questa sua fermezza nasce anche dal 2002, quando vide il fascismo in faccia. Cosa le ha lasciato quel sequestro nell'Helicoide?

Il 12 aprile 2002 fui a un passo dall'essere assassinato. Nonostante l'immunità parlamentare, mi tirarono fuori di casa con la forza e mi colpirono con i fucili fino a farmi svenire. Mi accusarono falsamente di trafficare armi, quando in realtà erano solo scatole dei miei libri. Fui tenuto nei sotterranei della DISIP senza cibo per due giorni. Una volta libero, paradossalmente, dovetti pagare dieci arepas ai miei stessi sequestratori che avevano fame! Ma tornai subito a Miraflores per accogliere Chávez. Vederlo tornare fu la conferma del "karma positivo": la lealtà vince sempre.

In questa lotta, lei cita spesso la sua anima buddista e la filosofia di Hermann Hesse. Come la aiutano a governare il Ministero?

Mi sono adattato a questa filosofia perché tutto ciò che accade ha a che fare con il Dharma e il Samsara. Il poeta ha un'anima empatica; se non fossi stato così fin da bambino, non potrei essere il rivoluzionario che sono. La mia militanza non è fredda, è organica. Contro la "guerra cognitiva" che cerca di alienare i giovani, noi opponiamo la cultura e la disciplina. Come quando Fidel mi mandò in Pakistan nel dicembre del 2005: scrissi Los Niños del Infortunio dettandolo in otto notti. È la parola che si fa azione, la lealtà alla storia che ci permette di camminare a testa alta.

Geraldina Colotti

Geraldina Colotti

Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

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