La dipendenza dell'Europa dal GNL dagli USA ora inizia a fare paura
Un paradosso strategico di portata storica si sta consumando nel cuore dell’Unione Europea. Nel tentativo di affrancarsi dal gas russo, il Vecchio Continente sembra essere incorso in una nuova, e forse più insidiosa, forma di dipendenza: quella dal gas naturale liquefatto statunitense. Secondo nuove proiezioni riservate, l’Europa è ormai sulla buona strada per approvvigionarsi quasi per la metà del proprio fabbisogno gasiero dagli Stati Uniti entro la fine del decennio. "Una vulnerabilità che si palesa con tempismo drammatico, proprio nel momento in cui i rapporti con Washington toccano il loro minimo storico", scrivono Ben Munster e Victor Jack.
I dati, pubblicati dai due giornalisti, tracciano un quadro allarmante. Attualmente, un quarto del gas consumato nell’UE proviene già oltre Atlantico. Con il progressivo inasprirsi del divieto totale sulle importazioni dal territorio russo, questa percentuale è destinata a crescere in modo esponenziale. La crisi scaturita dalle ambizioni del Presidente americano Donald Trump sulla Groenlandia – un territorio autonomo del Regno di Danimarca – ha gettato la NATO in un baratro di incertezze e ha spinto le relazioni transatlantiche sull’orlo del precipizio. L’annuncio, nel corso del fine settimana, di nuovi dazi punitivi contro una serie di nazioni europee, in attesa di un accordo per la cessione dell’isola artica, ha sollevato a Bruxelles un coro di richieste per una ritorsione commerciale severa e immediata.
In questo clima di conflitto latente, la crescente dipendenza energetica dall’alleato d’oltreoceano assume i contorni di un grave rischio geopolitico. “Ha creato una nuova dipendenza geopolitica potenzialmente ad alto rischio”, afferma Ana Maria Jaller-Makarewicz, capo analista energetico presso l’Institute for Energy Economics and Financial Analysis, il centro studi autore della ricerca. “Un’eccessiva dipendenza dal gas statunitense contraddice la politica dell’UE di rafforzare la sicurezza energetica dell’Unione attraverso la diversificazione, la riduzione della domanda e l’aumento dell’offerta di energie rinnovabili”.
L’allarme risuona con preoccupante vigore anche tra i diplomatici degli Stati membri, proseguono i due giornalisti. "Alcuni temono, in confidenza, che l’amministrazione Trump possa essere tentata di utilizzare questa nuova leva per perseguire i propri fini nella sfera della politica estera. Un alto diplomatico dell’Unione, pur esprimendo la speranza che non si giunga a simili estremi, ammette che il rischio di un’interruzione delle forniture, in seguito a un’azione unilaterale sulla Groenlandia, “dovrebbe essere preso in considerazione”."
Gli Stati Uniti sono divenuti il principale esportatore mondiale, e la loro quota sul mercato europeo è esplosa, passando da un mero 5% a un poderoso 27%. Francia, Spagna, Italia, Paesi Bassi e Belgio guidano la classifica degli acquirenti, mentre anche il Regno Unito, sebbene non più membro dell’UE, figura tra i principali importatori. Una serie di nuovi contratti di lungo termine con compagnie energetiche Usa rischia di irrigidire ulteriormente questo legame. Le stime suggeriscono che entro il 2030 il gas USA potrebbe arrivare a coprire il 40% del consumo totale europeo e una schiacciante percentuale, pari all’80%, di tutte le importazioni di GNL del blocco.
La situazione pone l’Europa di fronte a un dilemma amaro. "Nonostante gli ambiziosi piani per la transizione verde, un quarto del suo fabbisogno energetico complessivo dipende ancora dal gas naturale. Questo alimenta le centrali elettriche, riscalda gli edifici e muove l’industria pesante. I consumatori e le imprese del continente già sostengono alcuni dei costi energetici più elevati al mondo, rendendo politicamente ed economicamente insostenibile il rifiuto di un combustibile relativamente economico come quello statunitense, per quanto minaccioso possa essere il contesto diplomatico".

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