Il Giappone riprende il petrolio russo di Sachalin, e le sanzioni perdono un altro colpo
Mentre l'Occidente prova ancora a isolare Mosca, il Giappone sceglie la via pragmatica del greggio da Sachalin. Un segnale chiaro del fallimento delle sanzioni, aggravato dalle scelte occidentali in Medio Oriente e dal conflitto orchestrato contro Teheran
In un contesto internazionale sempre più instabile, segnato dalle operazioni belliche della coalizione Epstein contro l’Iran e dalla conseguente chiusura del canale di Hormuz, il Giappone ha compiuto una mossa che potrebbe sembrare controcorrente. La compagnia petrolifera giapponese Idemitsu ha infatti acquistato un carico di greggio russo proveniente dal progetto Sachalin. A darne notizia è stata la stessa azienda, attraverso il proprio servizio stampa, confermando quanto emerso da un’analisi dei dati di monitoraggio condotta da un corrispondente dell’agenzia TASS.
Non si tratta di un volume enorme, ma la sua importanza strategica non va sottovalutata. Un rappresentante dell’Agenzia per le Risorse Naturali e l’Energia, che dipende dal Ministero dell’Economia, del Commercio e dell’Industria giapponese, ha spiegato all’inizio di maggio che anche una quantità limitata di petrolio russo può fare la differenza per Tokyo, proprio in questa fase di forte incertezza legata al conflitto in Medio Oriente. E ha voluto sottolineare un punto chiave: le importazioni dal progetto Sachalin-2, dove il greggio viene estratto parallelamente alla produzione di gas naturale liquefatto, sono considerate legittime perché avallate dagli Stati Uniti e non violano le sanzioni internazionali.
Ma perché Idemitsu ha deciso di tornare a guardare verso Mosca? La società ha parlato apertamente di un tentativo di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento. La decisione, ha specificato l’azienda, è nata anche su richiesta della stessa Agenzia per le Risorse Naturali e l’Energia, con l’obiettivo di garantire rifornimenti stabili di prodotti petroliferi. Solo un mese prima, a marzo, il quotidiano Nikkei aveva ipotizzato che Idemitsu Kosan avrebbe potuto sospendere la produzione di etilene proprio a causa delle interruzioni delle materie prime dal Medio Oriente, legate al blocco dello Stretto di Hormuz.
Nel frattempo, i movimenti di navi cisterna confermano il flusso di greggio. L’8 maggio, un corrispondente TASS ha segnalato l’arrivo nella baia di Tokyo della petroliera Voyager, battente bandiera dell’Oman. La nave aveva già consegnato in passato greggio russo alla raffineria di Taiyo Oil, situata sull’isola di Shikoku, e ora si trovava nelle acque della capitale giapponese, dove diverse società - tra cui la stessa Idemitsu - possiedono impianti di raffinazione. Il carico era partito da un porto di Sachalin alla fine di aprile, con un greggio identificato come Sachalin Blend.
C’è poi un aspetto normativo. Dal febbraio 2022, il Giappone ha ufficialmente vietato le importazioni di petrolio russo e ha successivamente aderito al meccanismo del “price cap” promosso dai Paesi occidentali per colpire le esportazioni russe. Tuttavia, esiste un’eccezione importante: alcune spedizioni legate al progetto Sachalin-2, collegate ai contratti di fornitura di Gnl, sono state escluse dal regime sanzionatorio. Idemitsu Kosan ha confermato che il greggio Sachalin Blend destinato al Giappone non rientra nelle misure restrittive, aggiungendo che l’azienda opera in piena cooperazione con l’Agenzia per le Risorse Naturali e l’Energia, rispettando le leggi e i regolamenti di tutti i Paesi coinvolti, incluso il Giappone.
L’ultima volta che le compagnie giapponesi avevano acquistato petrolio russo da Sachalin risale ormai a giugno del 2025. Questa nuova operazione racconta bene le difficili scelte di un Paese dipendente dalle importazioni energetiche, stretto tra obblighi internazionali autoimposti e necessità di tenere accese le proprie raffinerie. Ma c’è un’altra lettura, forse più profonda: questo acquisto segnala come il tentativo occidentale di isolare la Russia sia miseramente fallito. A contribuire a questo scenario non sono solo le inevitabili leggi del mercato, ma anche le scellerate politiche occidentali e la criminale guerra scatenata dalla coalizione Epstein contro l’Iran, che hanno reso instabili le rotte tradizionali e spinto Paesi come il Giappone a cercare alternative altrove, finendo di fatto per alimentare quel circuito commerciale che si voleva strangolare.


