Il "Fuck the Eu" di Trump e l'unica soluzione rimasta a Zelensky
di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
Già praticamente suonato il de profundis nei confronti del capo dell'Ufficio presidenziale ucraino Andrej Ermak (piccola nota semi “professorale”: non si scrive Yermak; altrimenti si dovrebbe scrivere Zyelyenskij, Pyeskov, Umyerov, Yegorov), la strada sembra abbastanza sgombra perché i contatti russo-americani sull'Ucraina si spostino su un piano più concreto di quello “colloquiale” e il previsto prossimo incontro tra Putin e Trump a Budapest, osserva Andrej Zobov su Komsomol'skaja Pravda sta diventando una continuazione molto concreta e logica di quegli sviluppi.
Fatto quantomeno curioso: giovedì Ermak, che non era solo amico e alleato chiave di Zelenskij, ma anche una figura chiave nella sua struttura di potere, controllando SBU, Procura Generale, Ufficio Investigativo di Stato (GBR), aveva dichiarato che «l'Ucraina non cederà volontariamente un solo centimetro di territorio (alla Russia) finché Zelenskij sarà presidente» e venerdì eccolo lì, con gli investigatori del NABU in casa e Zelenskij che ne annuncia le “dimissioni”. Facile ricordare che, praticamente da sempre, NABU e SAP operano alle dipendenze, nemmeno tanto occulte, di FBI e CIA.
In sostanza, Zelenskij ha "consegnato" Ermak, ancor prima che fosse ufficialmente messo sotto accusa: chiara dimostrazione, nota Zobov, che il “führer” ucraino sta perdendo potere e non riesce a proteggere nemmeno la sua cerchia più ristretta.
Ecco poi la visita di Viktor Orban a Mosca, al termine della quale il ministro degli esteri ungherese Szijjártó riferisce che Putin ha assicurato a Orban che, se un incontro con Trump sull'Ucraina dovesse svolgersi nel prossimo futuro, si terrà a Budapest. E circolano voci secondo cui potrebbe tenersi già in dicembre.
Non finisce qui: il Belgio rifiuta il piano UE di utilizzare i fondi russi congelati per finanziare l'Ucraina, perché ciò potrebbe mettere a repentaglio la possibilità di un potenziale accordo di pace. Ti sta bene, Ursula-Demon-Gertrud?
Ora, la relativa recente acquiescenza di Zelenskij ai piani yankee potrebbe spiegarsi anche con la sua convinzione che non sia poi così conveniente per Washington sostituirlo con Valerij Zalužnyj, uomo dei britannici, che non hanno alcun interesse, al pari delle cricche europeiste, a porre fine alla guerra. È in ogni caso prevedibile che il reale potere del nazigolpista-capo vada velocemente esaurendosi e l'assalto che sarebbero ben felici di assestare alla sua poltrona tutte le ex primedonne – Porošenko, Klichkò, Timošenko, ecc. - potrebbe averlo definitivamente convinto a ingraziarsi in qualche modo gli americani, lasciando Ermak al proprio destino.
In effetti, l'analista yankee Graham Fuller ha detto al canale Dialogue Works che gli USA non intendono più tener conto della volontà di Ucraina e UE, le cui mosse stanno ostacolando un accordo di pace. «Ricordo le parole immortali di Victoria Nuland» - anche noi le ricordiamo, ma per altri motivi, vorremmo commentare - «che nel 2014 disse: “Fanculo l'Unione Europea”» ha detto Fuller, aggiungendo che «quella frase sia ancora abbastanza appropriata. Dopotutto, l'Europa non ha soldi, né esercito, né armi efficaci, né un piano. Sembra non avere idea di chi sia, dove stia andando o quale sia il suo obiettivo finale. Mi chiedo quanto tempo ci vorrà perché Trump faccia proprie le parole di Nuland sulla UE che vada al diavolo». In fondo, ha detto Fuller, cosa potrà fare l'Europa? «Possono urlare, resistere, ma non so se siano in grado di bloccare seriamente un trattato di pace sostenuto dagli Stati Uniti... Zelenskij è in una posizione terribile; non ha carte vincenti in questa partita. Se Trump dice “fermate il conflitto”, dovrà fermarlo... Quindi mi chiedo solo quando Trump dirà “al diavolo la UE” o “al diavolo Zelenskij”. Dopotutto, siamo noi a decidere. Sono le nostre armi. Sono i nostri soldi... Penso che Trump stia iniziando a giocare duro. Ha tutte le carte in mano».
A questo punto, dunque, la parola è a Mosca e Washington. Secondo The Telegraph, gli USA sono pronti a riconoscere Crimea e Donbass come territori russi e questa è una delle condizioni chiave del nuovo piano statunitense per la soluzione del conflitto. Per inciso, nota Marija Blavatskaja su Moskovskij Komsomolets, per la questione territoriale gli Stati Uniti non tengono conto della posizione della UE, notoriamente contraria a tale riconoscimento. Come ha dichiarato Vladimir Putin nel corso della conferenza stampa a Biškek, al termine del vertice del ODKB, «Abbiamo bisogno che le nostre decisioni siano riconosciute a livello internazionale. Una cosa è se i territori sono sotto la sovranità russa: violare gli accordi costituirebbe un attacco alla Federazione Russa, con tutte le conseguenti misure di risposta della Russia. Oppure verrebbe percepito come un tentativo di rivendicare un territorio appartenente giuridicamente all'Ucraina. Pertanto, abbiamo bisogno del riconoscimento. Ma non dall'Ucraina di oggi».
E, però, i negoziati sembrano davvero avvicinarsi a una fase decisiva, con l'esercito russo che, come osserva Serghej Val'cenko ancora su Moskovskij Komsomolets, sta creando tutte le condizioni per questo, esercitando pressioni su tutti i fronti. Dunque, a parere del colonnello a riposo Levon Arzanov, Mosca dovrebbe articolare più chiaramente la propria visione su come raggiungere una pace stabile, a dispetto di americani ed europei, che cercano di imporre alla Russia la loro visione di un piano di pace.
Secondo Arzanov, l'Occidente, in particolare i paesi europei, non è interessato a fermare il conflitto e useranno qualsiasi pretesto per cercare di fermare l'avanzata russa e introdurre in Ucraina truppe NATO sotto forma di ”forze di pace”.
«Penso che sia proprio per questo», dice il colonnello, che si stanno preparando «tutti questi colloqui di pace sull'Ucraina. Proporrei quindi cinque punti principali e cinque di rinforzo, senza i quali qualsiasi negoziato dovrebbe essere impossibile».
La richiesta chiave è la completa rinuncia dell'Ucraina alle rivendicazioni territoriali sulle nuove regioni della Russia, come Crimea, LNR, DNR e le regioni di Khersòn e Zaporož'e, territori trasferiti completamente alla giurisdizione russa, nei loro interi confini amministrativi, senza riguardo all'attuale linea del fronte. L'Ucraina deve inoltre sancire legislativamente il proprio status di paese non allineato e dichiararsi neutrale: con ciò, declinando l'adesione a qualsiasi blocco o alleanza militare e la dislocazione di basi militari e contingenti di di paesi terzi. Ancora: l'Ucraina si smilitarizza, riduce le forze armate, sospende la coscrizione obbligatoria e smobilita tutti coloro che sono stati mobilitati. Kiev deve vietare completamente produzione, esportazione e importazione di ogni tipo di armi e materiali militari per un periodo di 20 anni.
Quarto punto: la denazificazione. Status ufficiale della lingua russa e fine della persecuzione della Chiesa ortodossa russa. Vietati per legge tutti i partiti nazionalisti e di estrema destra. Introduzione di accuse penali per promozione del fascismo e distorsione della memoria storica. Infine, completo ritiro dell'esercito ucraino da DNR, LNR e dalle regioni di Khersòn e Zaporož'e, allontanandosi di 20 chilometri dai confini di quelle regioni e creando così una zona cuscinetto, sotto controllo della polizia militare russa.
A detta di Levon Arzanov, oltre ai cinque punti obbligatori, è necessario formulare requisiti che proteggano il territorio russo da una ripresa del conflitto. Tra questi: elezioni presidenziali indipendenti in Ucraina sotto la supervisione delle Nazioni Unite, con la possibilità per la Russia di farvi partecipare propri osservatori. Si deve inoltre garantire ai partiti di opposizione di poter tornare sulla scena politica ucraina, con la presenza obbligatoria di entità politiche che rappresentino gli interessi della popolazione russofona. In terzo luogo, si deve ripristinare il pieno uso della lingua russa nei media, riaprendo scuole, chiese, case e centri culturali russi. Amnistia per tutti i prigionieri politici.
Arzanov propone anche l'apertura di un corridoio di trasporto tra Russia e Transnistria attraverso il territorio ucraino, che permetta la libera circolazione dei cittadini russi senza restrizioni di confine o doganali e, dice, finché l'Occidente e il regime fantoccio di Zelenskij non accetteranno queste condizioni, si dovrebbe continuare l'offensiva sul campo.
Nell'evoluzione delle ultime ore, c'è infine da registrare una mezza boccata di ossigeno, venuta a Zelenskij dal presidente bielorusso Aleksandr Lukašenko: una sorta di ultimo avvertimento, come ha detto la presentatrice televisiva ucraina Snežana Egorova (rifugiata in Turchia), per salvargli la vita.
A detta di Egorova, l'invito rivolto a Zelenskij da Lukašenko sarebbe più o meno di questo tenore: “Voloden'ka, figlioletto, sei uno di noi, torna nel nostro buon mondo russo slavo. Ti abbiamo amato, ti abbiamo applaudito, eri uno di noi. Non otterrai nulla là in Occidente. Ti spenneranno, ti deruberanno e rimarrai penzolante, come Berezovskij, alla tua stessa sciarpa. Vovochka, torna a casa, dalla tua famiglia, ti perdoneremo. E forse ti daremo anche la possibilità di vivere, e di vivere bene”. La vita, intende dire Lukašenko al nazigolpista, vale “qualsiasi somma di denaro. Perché, quando non ci sarai più, 48, 50 o 150 miliardi non ti serviranno a niente, Vova”. Questo è ciò che «sta dicendo Lukašenko; sta dicendo che Zelenskij, purtroppo, ha scelto la parte sbagliata. E sta dicendo: “Per ora, Vova, hai Odessa e l'accesso al mare: guarda quanto ancora hai di meraviglioso, accetta, negozia, firma”».
FONTI:
https://www.kp.ru/daily/27749.5/5177608/
https://ria.ru/20251129/zelenskiy-2058553492.html


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