Il "Cpr in Albania è una vergogna nazionale”, dice Marjo Durmishi, metalmeccanico immigrato in Italia

2010
Il "Cpr in Albania è una vergogna nazionale”, dice Marjo Durmishi, metalmeccanico immigrato in Italia

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di Geraldina Colotti


La narrazione dominante dipinge l'Albania di Edi Rama come un miracolo economico, una terra promessa per il turismo di lusso e gli investimenti stranieri. Dietro questa vetrina luccicante si cela tuttavia una realtà materiale drammatica: un paese spolpato da trentacinque anni di restaurazione capitalista, con un'emigrazione di massa che ne sta prosciugando la forza vitale, pensioni da fame, inflazione galoppante e una speculazione edilizia alimentata dal riciclaggio di denaro sporco. A ciò si aggiunge la totale sottomissione geopolitica ai piani militaristi della Nato e un accordo vergognoso con l'Italia per la costruzione di centri di detenzione per migranti (Cpr) sul territorio albanese. Contro questa deriva oligarchica, da oltre un mese l'Albania è attraversata da una straordinaria ondata di mobilitazioni popolari. Per comprendere a fondo questa fase di scontro politico e sociale, abbiamo intervistato Marjo Durmish, lavoratore metalmeccanico albanese in Italia, che unisce la durezza del lavoro in fabbrica all'analisi lucida del marxismo-leninismo.


Marjo, lei vive e combatte da anni come avanguardia di lotta operaia nel Nord Italia. Può raccontarci la sua esperienza e dirci in che modo la sua quotidianità di classe influenza la lettura della situazione politica e sociale nel suo Paese d'origine?

Intanto, grazie per questa intervista. Sono un lavoratore metalmeccanico di 35 anni e lavoro in fabbrica da quando ne avevo 16. Attualmente, da quattro anni, sono un lavoratore precario in Staff Leasing. Lavorare in Staff Leasing significa avere un contratto a tempo indeterminato con l'agenzia interinale, che poi ti somministra costantemente alle varie aziende. Nella fabbrica in cui lavoro adesso non ci sono battaglie sindacali. Una cosa che noto e che mi dà molto fastidio è il continuo ricambio dei lavoratori, che avviene ormai su base settimanale. Siamo di fronte a una precarizzazione clamorosa delle fabbriche: vediamo giovani che arrivano, lavorano per una o due settimane se c'è un picco di produzione, poi vengono lasciati a casa e arriva il successivo. Ho iniziato a lavorare a 18 anni nella prima fabbrica dove sono rimasto per quasi otto anni. Quella è stata per me una grandissima scuola, dove ho preso coscienza di me stesso come lavoratore metalmeccanico. Lì ho iniziato a interessarmi al sindacato, al marxismo e al leninismo. Attraverso lo studio, la lettura delle poesie di Brecht e dei testi di Marx e Lenin, ho acquisito questa coscienza di classe che consolido praticamente ogni giorno in fabbrica, insieme alla consapevolezza di essere un rivoluzionario e di dover portare avanti l'ideale di cui i lavoratori hanno bisogno per emanciparsi. Lo studio della teoria e la pratica politica mi danno gli strumenti di lettura per un'analisi concreta della situazione albanese e di una società in profonda crisi.


La propaganda occidentale presenta spesso l'Albania come un paradiso per gli investitori. Come si vive davvero in Albania? Quali sono le condizioni salariali e sociali che affrontano oggi i lavoratori e i pensionati?

In Albania, la classe lavoratrice è stata distrutta con la restaurazione del capitalismo dopo la caduta del muro di Berlino e la fine del socialismo. Sono state smantellate tutte le aree industriali e manifatturiere che il popolo albanese aveva costruito in quasi cinquant'anni di socialismo. Oggi la classe operaia in Albania, un po' come in tutta Europa, ha perso la coscienza di sé. Senza il partito e senza organizzazioni sindacali forti ognuno fa per sé. Il primo ministro Edi Rama, quando si rivolge agli industriali italiani, dice apertamente di venire a investire in Albania perché lì non ci sono sindacati. Il salario minimo nazionale è stato elevato solo di recente a 500 euro, ma perde costantemente efficacia di fronte all'inflazione e all'aumento dei costi dei servizi di base. Vi è poi la drammatica situazione dei pensionati, dimenticati e abbandonati da tutti i governi che si sono succeduti. Parliamo di circa 770.000 pensionati con una pensione media di 200 euro nelle aree urbane e appena 110 euro in quelle rurali. Ci sono persone che dopo quarant'anni di durissimo lavoro in miniera percepiscono appena 180 euro al mese. In risposta a questo scenario, il governo Rama promette per il 2030 una pensione di soli 200 euro per tutti. A ciò si aggiunge la crisi abitativa: comprare casa o pagare l'affitto è diventato quasi impossibile, e a Tirana i prezzi arrivano a 5.000 euro al metro quadro. Molti lavoratori sono costretti a fare due lavori solo per pagare l'affitto, mentre assistiamo a una speculazione edilizia selvaggia scollegata dai bisogni reali, con l'ottanta per cento degli appartamenti di lusso che restano invenduti e vuoti, utilizzati dalle organizzazioni criminali locali e internazionali per riciclare denaro sporco.


Di fronte a questa realtà materiale, l'emigrazione appare come l'unica via di fuga. Quali sono le dimensioni e le conseguenze di questo esodo forzato di cui la diaspora in Italia è testimone?

Il problema più ardente in Albania è l'emigrazione di massa. Il paese continua a perdere popolazione a ritmi costanti: in trentacinque anni di transizione capitalista si sono persi un milione e duecentomila albanesi che oggi vivono all'estero. Ogni anno circa 50.000 persone scappano verso i paesi dell'Unione Europea. Ad andarsene sono soprattutto i giovani e le giovani famiglie: il 62% di chi emigra ha meno di 35 anni. Questa perdita demografica della parte più vitale della popolazione ha conseguenze devastanti sullo sviluppo sociale a lungo termine. Rapportata alle dimensioni del nostro piccolo paese, l'emigrazione albanese potrebbe essere la prima al mondo, con un cittadino su due che vive stabilmente in un paese dell'Unione Europea. Al contempo, assistiamo all'arrivo in Albania di lavoratori provenienti da paesi ancora più poveri, nuovi schiavi da sfruttare nell'edilizia, nella ristorazione e nei grandi resort turistici.


Esiste una rete di solidarietà e una coscienza di classe comune tra i lavoratori albanesi della diaspora rispetto al saccheggio economico che subisce oggi l'Albania? Come si esprime la rabbia dei migranti verso la classe politica d'origine?

Moltissimi albanesi lavorano all'estero nelle fabbriche, nell'edilizia, nei trasporti e nella ristorazione. Tuttavia, vivendo in paesi come l'Italia, molti hanno assimilato la cultura borghese e piccolo-borghese dominante. Nei primi giorni della protesta in Albania abbiamo organizzato una manifestazione di solidarietà a Brescia. C'erano voci e correnti diverse e purtroppo non esiste ancora una solida coscienza o solidarietà di classe tra i lavoratori albanesi e gli altri migranti. Ciononostante, la diaspora è legatissima al proprio paese di origine, manifesta un sano patriottismo balcanico che non ha nulla a che vedere con il nazionalismo sterile. La diaspora vuole far sentire la propria voce perché produce ricchezza e sostiene il paese. Questo legame si è visto chiaramente nella grande mobilitazione della diaspora dello scorso 4 luglio. Nelle piazze europee, e in particolare a Brescia, emerge un odio profondo di questi lavoratori immigrati verso la vecchia classe politica albanese, da Berisha a Rama, e verso l'oligarchia. Questa parola, oligarchia, non si sentiva da anni in Albania, mentre oggi la popolazione riconosce chiaramente i responsabili del saccheggio ininterrotto delle ricchezze nazionali che erano state prodotte dal popolo lavoratore durante il periodo socialista.


Come si configura il processo di privatizzazione selvaggia e di svendita del territorio nazionale a favore dei grandi monopoli e delle oligarchie locali?

La svendita del paese poggia su una delle leggi più odiate dal popolo albanese, la legge numero 55 del 2015 sugli investimenti strategici. Presentata come uno strumento per attrarre capitali stranieri nei settori dell'energia, delle miniere, del turismo e dell'agricoltura, si è rivelata un enorme regalo all'oligarchia locale e al grande capitale internazionale. Nei suoi tredici anni di potere, il governo pseudo-socialista di Edi Rama ha ceduto chilometri e chilometri di coste e persino porzioni di mare alla Grecia. Ha svenduto proprietà pubbliche strategiche, come il porto di Durazzo, il più grande del paese, ceduto al magnate emiratino Mohamed Ali Alabbar per edificarvi un hub di superyacht di lusso. Questo governo non regala solo spiagge e miniere, ma anche le montagne. Attraverso la legge sugli investimenti strategici abbiamo visto ruspe e bulldozer distruggere le case storiche e i piccoli rifugi dei montanari in aree naturali incontaminate come Theth per fare spazio a resort alpini d'élite, esattamente come doveva accadere a Svernets, dove poi è nata la rivolta popolare.


Come valuta, da militante comunista, gli accordi bilaterali come quello sui Cpr siglato tra Edi Rama e Giorgia Meloni, che di fatto riducono il territorio albanese a un subappalto securitario per conto dell'Unione Europea?

L'accordo sul Cpr di Gjader e il porto di sbarco a Shengjin è una vergogna nazionale albanese e italiana. I migranti vengono catturati, arrestati, portati al porto di Shengjin e poi rinchiusi nella prigione di Gjader sotto giurisdizione italiana. Questa è una vera e propria svendita del territorio albanese all'Italia. Per noi albanesi è un insulto intollerabile, perché per decenni siamo stati proprio noi a essere perseguitati, reclusi e deportati nei Cpr di tutta Europa, e oggi ci ritroviamo un Cpr in casa nostra.

L'Albania viene descritta come un partner affidabile dell'Occidente. Che ruolo gioca oggi il governo di Tirana nei piani strategici dell'imperialismo e della Nato nella penisola balcanica?

L'Albania è un pilastro fondamentale della Nato nei Balcani e si presta a fare il lavoro sporco per conto dell'Unione Europea e degli Stati Uniti. Dice sempre di sì a qualsiasi missione militare, inviando soldati ovunque sia richiesto, come in Kosovo e molto probabilmente anche a Gaza. Proprio in questi giorni il governo ha stanziato un miliardo e duecento milioni di euro per la difesa e gli armamenti, portando la spesa militare al 2,6% del Pil, una cifra enorme e senza precedenti per il nostro paese. Assistiamo a un riarmo preoccupante nei Balcani, non solo in Albania ma anche in Serbia e in Croazia. A Tirana si insedierà a breve come nuovo ambasciatore statunitense Eric Wendt, un ex generale dei Berretti Verdi, a dimostrazione della militarizzazione della diplomazia nella regione. Inoltre, nella città di Kucova è stata inaugurata una base aerea della Nato, fortemente voluta da Washington e da Roma, dove atterreranno i caccia F-35. L'Albania gioca un ruolo chiave nel garantire gli interessi imperialisti in una penisola balcanica dove le tensioni tra Serbia e Kosovo sono in aumento e la situazione in Bosnia resta esplosiva a causa delle spinte secessioniste della Repubblica Serba.


Quali sono i livelli di radicamento delle forze di classe in Albania e in che modo il movimento di opposizione sociale sta provando a darsi una sponda politica organizzata?

L'unica vera forza di sinistra attiva in Albania è il Movimento Insieme (in albanese, Lëvizja Bashkë), che è riuscito a eleggere un deputato in parlamento nel 2025. Come dicevo, poiché la classe operaia e i grandi poli industriali del socialismo sono stati smantellati, non esiste ancora un radicamento operaio strutturato. Lëvizja Bashkë è un partito socialdemocratico che guarda all'esperienza di Bernie Sanders negli Stati Uniti. Ha come parole d'ordine la lotta alla corruzione, il contrasto all'oligarchia e l'emancipazione dei lavoratori. Sono stati in prima fila in queste settimane di mobilitazione permanente, denunciando per primi le speculazioni edilizie di lusso come quella a Svernets. Da anni si battono contro l'oligarchia e cercano di costruire un sindacato indipendente, raccogliendo l'eredità della grande battaglia dei minatori del 2018 e provando a organizzare le lavoratrici e i lavoratori delle tantissime fabbriche tessili e manifatturiere a basso costo che costellano il paese.

Per concludere, Marjo: la crisi strutturale dell'imperialismo occidentale pone sfide enormi. Quali sono gli obiettivi e le parole d'ordine su cui le avanguardie di classe devono fare leva per unire le forze interne ed esterne all'Albania?

Questo movimento popolare è profondamente anti-oligarchico e nutre un rifiuto totale verso la partitocrazia che si è spartita le ricchezze del paese sotto l'egida del libero mercato, provocando l'emigrazione di massa. Il popolo albanese sta dimostrando una grande presa di coscienza e spetterà a lui decidere del proprio futuro. C'è un forte orgoglio patriottico e vedo con estrema fiducia la partecipazione attiva della Generazione Z albanese a queste lotte. Una parola d'ordine d'avanguardia in grado di unire la classe lavoratrice in patria e la diaspora all'estero è l'obiettivo di costruire una nuova Albania, libera dall'oligarchia, dalla corruzione e dalla sottomissione alle potenze esterne. Sono molto fiducioso che questo movimento possa avanzare e strappare vittorie importanti. Ti ringrazio molto per lo spazio e per questa intervista. Un saluto a tutti.

Geraldina Colotti

Geraldina Colotti

Giornalista e scrittrice, cura la versione italiana del mensile di politica internazionale Le Monde diplomatique. Esperta di America Latina, scrive per diversi quotidiani e riviste internazionali. È corrispondente per l’Europa di Resumen Latinoamericano e del Cuatro F, la rivista del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV). Fa parte della segreteria internazionale del Consejo Nacional y Internacional de la comunicación Popular (CONAICOP), delle Brigate Internazionali della Comunicazione Solidale (BRICS-PSUV), della Rete Europea di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana e della Rete degli Intellettuali in difesa dell’Umanità.

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