I neoconservatori americani non se ne sono mai andati, hanno solo reimparato a parlare

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I neoconservatori americani non se ne sono mai andati, hanno solo reimparato a parlare

 

di Tawfiq Al-Ghussein* e Rania Hammad

Ogni pochi anni, di solito quando gli aerei da guerra americani tornano a volare o quando viene annunciata un’altra operazione “decisiva” in un linguaggio morale elevato, riaffiora la stessa domanda, i neoconservatori americani sono tornati?
 
La premessa è sbagliata. Il neoconservatorismo non è tornato perché non se n’è mai andato. Dopo l’Iraq non è crollata la dottrina, ma il suo nome, il suo marchio. Le idee sono sopravvissute e si sono silenziosamente radicate nelle istituzioni e nella cultura politica. Oggi operano senza lo stigma dell’etichetta, eppure producono le stesse politiche, le stesse strategie, e le stesse conseguenze tragiche.
 
Il progetto neoconservatore non ha mai riguardato soltanto l’Iraq. È sempre stato una visione del mondo. Sostiene che il potere americano debba preservare la propria supremazia a ogni costo, che esso sia intrinsecamente stabilizzante, e che la forza sia uno strumento legittimo per rimodellare le società. In questo quadro, il diritto internazionale diventa, nel migliore dei casi, un vincolo condizionato quando entra in conflitto con le priorità strategiche degli Stati Uniti.
 
Quando sono in gioco interessi materiali, il diritto viene svuotato di sostanza o ridotto a formalità cartacea per proteggere gli Stati dalla responsabilità giuridica. Le istituzioni giuridiche internazionali diventano tra le prime vittime di questo sistema di potere, mentre gli Stati che ne beneficiano restano di fatto immuni, anche quando commettono gravi violazioni che costringono altri Paesi a violare sia il diritto internazionale sia i propri principi costituzionali. Il Medio Oriente è stato il principale laboratorio di questo ordine, e Israele il suo partner più protetto, anzi in molti aspetti il motore della sua logica regionale.
 
L’Iraq ha mostrato il fallimento della narrazione e della retorica, non delle intenzioni di fondo né della strategia. Il cambio di regime resta lo strumento preferito, anche quando il costo umano è catastrofico e la destabilizzazione regionale è ampiamente riconosciuta. Dopo l’Iraq non vi è stata alcuna resa dei conti significativa. Al contrario, le premesse ideologiche di quelle invasioni si sono ulteriormente consolidate.
 
La promozione della democrazia è stata riformulata come “ordine basato sulle regole”. La guerra preventiva è diventata “deterrenza” e “difesa delle norme”. Il cambio di regime si è trasformato in sanzioni, guerre per procura, strangolamento economico e riconoscimento selettivo di autorità alternative. Il conflitto viene inquadrato come una lotta tra bene e male, tra civiltà e barbarie, in cui una parte è presentata come custode dell’ordine morale contro un’oscurità assoluta.
 
Questo linguaggio nasce dallo stesso contesto culturale e politico che ha plasmato il neoconservatorismo e il clima successivo all’11 settembre della “guerra al terrore”. Intreccia temi di redenzione, giustizia e speranza, anche quando funziona come copertura per il dominio, l’occupazione e sistemi di segregazione e controllo. Il vocabolario morale diventa lo scudo retorico per l’espropriazione e la coercizione.
 
Chiedersi se i neoconservatori siano “tornati” significa quindi non cogliere la realtà strutturale. Oscura la continuità tra idee passate e politiche presenti. La politica estera americana contemporanea non è guidata da una piccola fazione cospirativa che pubblica manifesti, né soltanto da leadership irrazionali. È modellata da un ampio consenso securitario, di natura offensiva piuttosto che difensiva, che assorbe la logica neoconservatrice e la ripulisce attraverso linguaggi liberali, umanitari e tecnocratici.
 
La convinzione nella primazia permanente degli Stati Uniti, l’intolleranza verso centri autonomi di potere e la moralizzazione della geopolitica restano costanti, e stanno diventando più esplicite nei toni e nelle pratiche.
 
Il ruolo dell’Europa in questa evoluzione è spesso descritto come moderatore, più vicino al diritto internazionale che alla pura politica di potenza. In pratica, tuttavia, l’Europa ha sempre più agito come partner legittimante, contribuendo a sostenere un sistema ingiusto e ingannevole.
 
Questo è strettamente collegato alla crescente spinta europea verso il riarmo, presentata non solo come necessità strategica ma anche come soluzione economica. In diversi Paesi, settori industriali in difficoltà e lavoratori colpiti da crisi strutturali vengono indirizzati verso la produzione militare come condizione per occupazione, investimenti e sostegno pubblico. La conversione bellica dell’economia viene così normalizzata come politica industriale.
 
L’integrazione nelle catene transnazionali di approvvigionamento militare solleva però una questione cruciale, fino a che punto gli Stati controllano davvero queste imprese, e fino a che punto ne sono condizionati? Le pratiche di esportazione di armi restano spesso opache, mentre le decisioni industriali sono presentate come inevitabilità tecniche sottratte al dibattito democratico. I sistemi finanziari tendono a privilegiare la difesa rispetto all’industria civile, creando una distorsione strutturale delle priorità economiche in cui la guerra diventa il settore più affidabile per attrarre capitali e garanzie pubbliche.
 
Un’economia orientata alla guerra non è soltanto una scelta di politica estera, è una trasformazione profonda del rapporto tra Stato, lavoro e produzione. Rischia di intrappolare i lavoratori in filiere militarizzate in cui la sicurezza occupazionale dipende dalla continuità dei conflitti e dall’espansione della spesa militare, accompagnata dal relativo declino degli investimenti pubblici in istruzione e sanità. In questo senso, il riarmo europeo rappresenta un ulteriore passo verso la normalizzazione di un’economia fondata sulla guerra, rendendo priorità alternative sempre più difficili da immaginare o finanziare.
 
I governi europei contribuiscono anche all’erosione degli standard giuridici universali. Il linguaggio legale, la copertura multilaterale e l’inquadramento morale vengono applicati in un modo alla Russia e in un altro alla Palestina. Sanzioni estese e isolamento diplomatico sono giustificati in un caso, mentre nell’altro continuano il sostegno militare e la protezione politica nonostante gravi violazioni del diritto internazionale. La relazione transatlantica non attenua la logica neoconservatrice. Fusa con l’agenda dello Stato israeliano, la estende e la consolida. Ciò che un tempo era associato a una fazione a Washington appare ora come senso comune condiviso nella comunità di sicurezza atlantica, che a sua volta si sta spostando verso pratiche interne più autoritarie e repressive.
 
L’Ucraina illustra bene questa continuità. La guerra non è presentata come il fallimento dell’ordine di sicurezza post-Guerra Fredda né come l’esito prevedibile dell’espansione che collide con percezioni di sicurezza rivali, ma come una lotta di civiltà tra bene e male. Questo inquadramento esclude per definizione la diplomazia e mette da parte il contesto storico. Il risultato è una postura di guerra permanente in cui la guerra stessa diventa strategia.
 
La stessa logica governa la politica verso la Cina. Invece di essere trattata come una potenza emergente la cui integrazione in un ordine internazionale plurale debba essere gestita, la Cina viene inquadrata principalmente come un concorrente la cui ascesa deve essere contenuta. La diplomazia è dipinta come debolezza, mentre il confronto è elevato a virtù.
 
Il Venezuela mostra come questa dottrina si estenda geograficamente e concettualmente. I tentativi di determinare la legittimità politica da Washington, sostenuti da sanzioni e appoggio aperto ad autorità alternative, ripropongono la logica del cambio di regime senza nemmeno la precedente pretesa di legalità multilaterale. La sovranità statale diventa condizionata, e misure coercitive che un tempo avrebbero provocato scandalo vengono normalizzate.
 
Da nessuna parte, tuttavia, questa continuità è esposta con maggiore evidenza morale che a Gaza. L’assalto israeliano, sostenuto dagli Stati Uniti e protetto da importanti Stati europei, è entrato nel territorio del genocidio, non come esagerazione retorica ma come conclusione fondata sull’uccisione di massa di civili, sulla distruzione sistematica di infrastrutture essenziali alla vita e su intenti apertamente eliminazionisti espressi da funzionari. Eppure la strategia occidentale è rimasta quella di un sostegno militare, diplomatico e politico continuativo, mentre le espressioni di preoccupazione restano in gran parte simboliche e non accompagnate da vincoli reali.
 
Questo non è un fallimento politico, è una funzione della visione del mondo. In questo quadro, Israele non è semplicemente un alleato ma un’estensione del potere strategico occidentale. La vita e i diritti dei palestinesi sono subordinati al mantenimento del dominio regionale. Il diritto internazionale diventa un ostacolo da gestire o neutralizzare. Il linguaggio umanitario viene applicato selettivamente, privato della sua universalità e trasformato in strumento politico.
 
La catastrofe di Gaza mette a nudo l’architettura morale di questo ordine. Gli stessi attori che invocano sovranità e principi giuridici altrove insistono che qui non si applichino limiti comparabili. La violenza condannata in un contesto viene razionalizzata in un altro.
 
Il trumpismo non ha sostituito questo quadro, lo ha reso più esplicito. Sotto Trump i vincoli sono stati scartati in modo più aperto, ma la strategia di coercizione, sanzioni e forza unilaterale non era nuova. Il problema più profondo è istituzionale. Gli apparati di politica estera occidentali raramente si chiedono se la loro postura militare globale generi insicurezza, se le loro alleanze provochino tanto quanto dissuadano, o se il ricorso costante alla coercizione eroda l’ordine che dichiarano di difendere. Invece, ogni crisi viene interpretata come prova che servano più armi, più fermezza e più punizioni.
 
Il pericolo oggi non è il ritorno di un’ideologia screditata, ma la normalizzazione silenziosa delle sue premesse all’interno delle istituzioni. È una prospettiva molto più duratura e molto più inquietante per le generazioni future.
 
*Tawfiq Al-Ghussein è un commentatore e analista politico palestinese-britannico. Scrive di diritto internazionale, geopolitica del Medio Oriente e strutture del potere globale, con particolare attenzione alla Palestina, alla governance internazionale e ai regimi sanzionatori. Il suo lavoro unisce analisi giuridica, economia politica e storia delle relazioni internazionali.
 
Rania Hammad è una scrittrice che si occupa di politica mediorientale e relazioni internazionali. Il suo lavoro esplora il rapporto tra strutture di potere e narrazioni politiche, con particolare attenzione all’esperienza palestinese contemporanea.
 
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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA

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"Questo genocidio non si è limitato a distruggere la mia vita o tutto ciò che possedevo: è andato ben oltre. Mi ha distrutto dall’interno.
Ha spazzato via la pace dal mio cuore, ha frantumato la stabilità della mia mente e mi ha contagiato con una strana sindrome dell’anima. "

Potrebbero benissimo essere parole di un sopravvissuto alla Shoah… 
In realtà sono parole di Wasim Said, sopravvissuto al genocidio a Gaza autore di questa testimonianza esclusiva:

https://www.ladedizioni.it/prodotto/linferno-del-genocidio-a-gaza/

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