Guerra economica e guerra mediatica: i due pilastri della strategia USA contro l’Iran
Il ministero degli Esteri iraniano ha condannato duramente le recenti dichiarazioni di funzionari statunitensi sulle proteste in corso nel Paese, definendole interventiste, ingannevoli e funzionali a creare instabilità. Secondo Teheran, Washington non agisce per tutelare il popolo iraniano, ma porta avanti da anni una strategia di “massima pressione” fatta di sanzioni illegali, minacce e interferenze dirette negli affari interni della Repubblica islamica.
Le autorità iraniane ribadiscono che la Costituzione riconosce il diritto alle proteste pacifiche e che il governo è impegnato ad affrontare le difficoltà economiche, aggravate - sottolineano - dalla guerra economica e finanziaria condotta dagli Stati Uniti. Una pressione che non si limita all’ambito economico, ma include guerra psicologica, campagne mediatiche, diffusione di disinformazione e incitamento alla violenza. Sul piano storico, Teheran richiama il lungo elenco di ingerenze statunitensi: dal colpo di Stato del 1953 al sostegno all’Iraq di Saddam Hussein, fino alle sanzioni unilaterali e alle recenti minacce militari.
Azioni che, secondo l’Iran, violano apertamente il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite. Le tensioni sono aumentate dopo le parole di Donald Trump, che ha minacciato “conseguenze devastanti” se le autorità iraniane dovessero reprimere duramente le proteste legate al crollo del rial. Proteste che durano da settimane e che Teheran attribuisce, in parte, a una “guerra ibrida” orchestrata da Stati Uniti e Israele.
Il presidente Masoud Pezeshkian ha riconosciuto le difficoltà economiche e la legittimità delle manifestazioni pacifiche, invitando però a distinguere tra protesta sociale e tentativi di destabilizzazione. Un equilibrio fragile, mentre lo scontro geopolitico continua a farsi sempre più diretto.
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