Epidemia a Gaza: “Sfollati tra rifiuti e immondizia” Mentre il mondo attende l’annuncio di Trump a Davos

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Epidemia a Gaza: “Sfollati tra rifiuti e immondizia”  Mentre il mondo attende l’annuncio di Trump a Davos

 

I farmaci sono acquistabili sul mercato nero di Gaza a prezzi esorbitanti.La vostra donazione sarà un aiuto istantaneo, capillare, efficace.

Per donazioni: https://paypal.me/apocalissegaza

oppure

C/C Kairos aps IBAN: IT15H0538723300000003654391 - Causale: Apocalisse Gaza

La campagna “Apocalisse Gaza” arriva oggi al suo 204° giorno, avendo raccolto 138.425 euro da 1.642 donazioni e avendo già inviato a Gaza valuta pari a 137.852 euro.

Il testo che segue è tratto dalla diciannovesima puntata di “Radio Gaza” disponibile sul canale YouTube dell’AntiDiplomatico a questo link: 

https://www.youtube.com/watch?v=GkinxOFbp6Q

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Il rapimento del Presidente venezuelano Nicolàs Maduro da parte di un commando statunitense su ordine del Presidente americano Donald Trump ha aperto ufficialmente le porte dell’inferno e possiamo assistere in queste ore alla fuga dei diavoli.

“Hell is empty and all devils are here”, come sostiene il personaggio Ferdinando nell’opera “La Tempesta” di William Shakespeare: “L’inferno è vuoto e tutti i diavoli sono qui”.

E questi diavoli stanno facendo talmente baccano per attirare l’attenzione su di sé che ormai Gaza la possiamo dare ufficialmente per scomparsa dalle pagine dei giornali, dagli slogan e dalle dichiarazioni.

Lasciamo stare le evoluzioni, internazionali e sul campo, del cosiddetto accordo di pace, che andrebbero seguite attentamente ma pare in lingua italiana di essere rimasti i soli a farlo, ma la situazione umanitaria è in progressivo peggioramento.

Anche se non c'è stato modo di rompere l’assedio, c’è tuttora un modo per aggirarlo. E la nostra campagna ne è una prova vivente.

Perché tutto questo silenzio intorno a noi?

Come in tutte le puntate di Radio Gaza, l’intervento iniziale è dedicato alla realtà internazionale, ma francamente oggi la notizia più importante è che si sta diffondendo rapidamente un’epidemia di influenza a Gaza, come conseguenza delle estreme condizioni di vita, e molti dei nostri contatti sono ammalati e febbricitanti.

Come ci ha spiegato lo studio “I re della carestia” pubblicato sulla rivista egiziana Mada Masr di cui abbiamo parlato nella scorsa puntata, a Gaza basta pagare e si trova tutto.

Sì, anche le medicine. Ma costano una fortuna ben al di là delle possibilità dei Gazawi.

Ma ecco che con le vostre donazioni, stiamo cercando di acquistare quanti più farmaci possibili sul mercato nero e distribuirli.

Ne parleremo nel corso della puntata.

Per ora daremo qualche cenno sulla situazione internazionale. Il piano Trump è finito, abbiamo sostenuto nella scorsa puntata.

Beh, non ufficialmente, ma di fatto.

Gli Stati Uniti intendono seriamente iniziare la ricostruzione di Gaza in alcune aree sotto il controllo delle IDF e delle milizie palestinesi anti-Hamas. A questo scopo il valico di Rafah sarà aperto per l’ingresso dei materiali e delle attrezzature necessarie.

Anche se nessuno lo dice, l’obiettivo è chiaro. Allettare la popolazione palestinese e spingerla ad oltrepassare la linea gialla per insediarsi in quella che sarà ribattezzata “Nuova Gaza”, ossia quel 53% di territorio della Striscia attualmente fuori dal controllo di Hamas (e dove per altro vivono solo poche migliaia di persone al momento, ossia le milizie anti-Hamas e le loro famiglie)..

A quel punto, quando sarà rimasta poca popolazione a fare da schermo ai combattenti di Hamas, procedere all’annientamento.

Questo però non è un piano. E’ un sogno. E anche piuttosto fantasioso. 

Lo ribadiamo ancora. Quella a Gaza è una resistenza popolare. Il popolo e la Resistenza sono la stessa cosa.

Hamas si sta riorganizzando protetto dalla popolazione, ha insistito che non rinuncerà alle sue armi che, secondo Israele, consistono principalmente in 60.000 fucili d'assalto Kalashnikov, insieme a un numero imprecisato di lanciagranate, alcune centinaia di razzi a corto raggio e una varietà di ordigni esplosivi improvvisati. Tra le sue fila si stimano combattere dai 20 ai 30mila partigiani.

D’altro canto, sui tavoli della discussione, l’idea di una “Forza internazionale di stabilizzazione” è di fatto stata affondata dal veto israeliano alla Turchia.

Il presidente azero Ilham Aliyev, ad esempio, ha dichiarato che il suo Paese non invierà truppe a Gaza nell'ambito del piano e che il suo governo ha posto alcune domande all'amministrazione statunitense su come funzionerebbe una missione di questo tipo, senza ottenere risposte esaurienti.

E se questa è la posizione dell’Azerbaigian, Paese musulmano vicino a Israele per ragioni economiche e alla Turchia per ragioni età etniche e linguistiche, allora significa che nessun altro si immolerà per Trump.

L’unico Paese che lo farebbe volentieri è la Turchia. Il Presidente Erdogan ha promesso una pace duratura a Gaza qualora i militari turchi entrassero nella Striscia.

Ma l’idea di pace di Erdogan e di Netanyahu sono opposte a cominciare dalla definizione che entrambi danno di Hamas: il primo lo definisce Resistenza, il secondo Terrorismo.

Occhi puntati allora sul Forum economico mondiale di Davos, in programma dal 19 al 23 gennaio prossimi, quando si dice che Trump annuncerà l’inizio della fase 2 del suo piano a Gaza.

“È improbabile che Hamas si disarmi volontariamente e Israele non sarà in grado di disarmarlo”, sostiene l’analista Osamah Khalil alla CBS.

Gli fa eco l’analista Jack Khoury, ripreso persino da Haaretz: “Hamas rifiuta di disarmarsi; Israele rifiuta di ritirarsi da Gaza”.

E così, all’8 gennaio 2026, abbiamo scoperto l’acqua calda. Dunque, allo stato dell’arte, l’unico candidato a disarmare Hamas rimane Israele, ma questo equivale a dire ripresa della guerra e fine del piano. 

Appunto.

Gaza ha vinto, sì. Perché dal rischio concreto di evacuazione totale corso la scorsa estate si è passati ad una fase in cui la presenza e la volontà politica dei palestinesi a Gaza hanno ancora un peso decisivo.

Ma la battaglia è lunga e troppi si sono già voltati dall’altra parte.

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L’INFERNO DEL GENOCIDIO A GAZA


L’inferno del genocidio a Gaza: la testimonianza che pretende responsabilità

 Il libro di Wasim Said, pubblicato da LAD edizioni, non è un racconto da compatire ma un atto di accusa che spezza la neutralità e chiama alla lotta politica.


LA PRESENTAZIONE DEL CURATORE DELLA VERSIONE ITALIANA

Pasquale Liguori

 Non è un libro “su Gaza”, non è l’ennesimo titolo che si aggiunge allo scaffale del dolore mediorientale. L’inferno del genocidio a Gaza è un documento che arriva in Italia con il peso preciso di una prova, non con la leggerezza di un prodotto culturale. Il fatto che a pubblicarlo sia LAD edizioni con la mia curatela non è un dettaglio editoriale, ma una scelta di campo: portare qui una voce che non si presta né alla retorica umanitaria né alla commozione di consumo, ma esige di essere ascoltata come atto di accusa, come frammento di verità che non intende integrarsi nella normalità del discorso pubblico, bensì incrinarla.

Michelangelo Severgnini

Michelangelo Severgnini

Regista indipendente, esperto di Medioriente e Nord Africa, musicista. Ha vissuto per un decennio a Istanbul. Il suo film “L'Urlo" è stato oggetto di una censura senza precedenti in Italia.

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