Dottrina Monroe 2.0: il Venezuela nel mirino del Pentagono

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Dottrina Monroe 2.0: il Venezuela nel mirino del Pentagono

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La crisi nei Caraibi sta entrando in una fase critica. Da quattordici settimane gli Stati Uniti mantengono un’imponente presenza militare davanti alle coste venezuelane: quindici navi da guerra, cento velivoli, un sottomarino nucleare e la superportaerei USS Gerald Ford. Un dispiegamento senza precedenti, ordinato dal presidente Donald Trump con il pretesto delle “operazioni antinarcotici”, ma bollato da Caracas come una minaccia diretta alla sovranità nazionale. Il presidente Nicolás Maduro ha denunciato pubblicamente l’escalation, definendo le pressioni statunitensi “aggressioni dell’impero” e riaffermando che la pace del paese “non dipende da quello che pensano i gringos suprematisti”. Maduro ha ricordato che il Sistema di Difesa Integrale venezuelano è “completamente operativo” e pronto a rispondere a qualsiasi attacco, frutto di un modello militare autoctono sviluppato dopo la Rivoluzione Bolivariana.

Sul piano politico, la situazione si è aggravata con il voto del Senato USA, che ha bocciato una risoluzione bipartisan volta a impedire a Trump di ordinare un attacco contro il Venezuela senza autorizzazione del Congresso. Il fallimento della misura rappresenta un chiaro lasciapassare all’interventismo presidenziale, confermando la continuità storica della Dottrina Monroe: il presupposto secondo cui Washington ritiene l’America Latina un proprio “cortile di casa”. Non sorprende, quindi, che la Russia abbia espresso forte preoccupazione. La portavoce del Ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha denunciato l’“aggravarsi della situazione nei Caraibi” e ha ricordato che nel 2014 l’intera regione si è proclamata Zona di Pace. Mosca mantiene un “contatto costante” con Caracas e ha ribadito la propria “solidarietà incrollabile” al governo venezuelano, accusando gli Stati Uniti di usare il narcotraffico come pretesto per proiezioni militari che violano il diritto internazionale.

Le contraddizioni interne alla Casa Bianca non attenuano l’allarme. Durante un briefing riservato al Congresso, funzionari dell’amministrazione hanno ammesso di non avere alcuna base giuridica per un attacco contro il Venezuela. Tuttavia, questo non ha impedito al Pentagono di continuare bombardamenti contro imbarcazioni sospettate di trasportare droga, con decine di morti e crescente indignazione regionale. Intanto Caracas denuncia che la vera aggressione statunitense è la guerra economica: sanzioni e blocchi finanziari che impediscono l’importazione di cibo, medicinali e componenti essenziali. Una strategia che, secondo il governo bolivariano, costituisce una forma di “punizione collettiva” condannata anche alle Nazioni Unite.

In un momento in cui il mondo evolve verso un ordine multipolare, la militarizzazione USA dei Caraibi rischia di aprire un nuovo fronte di instabilità. Il Venezuela, forte del sostegno di Mosca e del diritto internazionale, ribadisce che continuerà a difendere la propria sovranità mentre nel suo “mare vicino” prende forma una pericolosa prova di forza che potrebbe trascinare l’intera regione in una crisi senza precedenti.


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