Chi si occupa di immaginare il nuovo ordine mondiale? La Cina, una proposta ancora poco discussa in Occidente
La ricorrenza della firma della Carta delle Nazioni Unite, il 26 giugno, offre l'occasione per riflettere sul futuro della governance globale. A ottantuno anni dalla nascita dell’ONU, il mondo è profondamente cambiato: il peso crescente del Sud globale, l'emergere di nuovi centri economici e politici, le sfide comuni dell'umanità, nonché guerre, pulsioni protezionistiche e frammentazioni economiche, sono tutti aspetti che interrogano la capacità dei paesi di sviluppare nuove forme di cooperazione.
È in questo scenario che va letto anche il nuovo Libro Bianco cinese sulla governance globale che, a partire dalle iniziative intraprese negli ultimi anni, sottolinea l'importanza di migliorare, integrare e trasformare le istituzioni nate nel secondo dopoguerra, sempre meno capaci di rispondere alle trasformazioni in corso.
Nel flusso frenetico di notizie più o meno rilevanti, una in particolare è passata sotto silenzio. Mi riferisco alla pubblicazione del primo Libro bianco cinese dedicato alla governance globale.
Parliamo di un documento che consente di comprendere bene come la Repubblica popolare abbia lavorato negli ultimi decenni per perseguire un obiettivo tanto ambizioso quanto necessario: riformare l'ordine esistente, senza sovvertirlo, al fine di risolvere le inefficienze istituzionali e i deficit di sviluppo, nonché gli squilibri di rappresentatività e sicurezza del sistema internazionale.

Praticamente questo documento è stato ignorato in Occidente, benché sia probabilmente il materiale strategico di politica internazionale più importante pubblicato da Pechino nel 2026, perché spiega come la Cina immagina il futuro dell'ordine mondiale sulla base di ciò che è cambiato e soprattutto di ciò che la Repubblica popolare ha fatto negli ultimi decenni. Il Libro bianco sulla governance mondiale sintetizza infatti vent'anni di elaborazione diplomatica, politica e teorica cinese, formalizzando la visione cinese dell'ordine mondiale e della sua ambizione di influenzarne l'evoluzione.
Sostanzialmente, dopo anni di iniziative molto concrete (GDI, GSI, GCI e GGI), la Cina è il paese che più sistematicamente propone una visione organica del nuovo ordine multipolare. Nell'esperienza cinese, restituita dal documento, abbiamo l'evidenza di una traiettoria di sviluppo e di visione che tiene insieme costantemente riflessione, teoria e pratica. Ciò aiuta i lettori stranieri a comprendere la concretezza dell'orizzonte di una “comunità dal futuro condiviso per l'intera umanità”.
Dalle strategie di Pechino nascono dunque non solo nuove strade e ferrovie, ma anche nuovi racconti, nuove categorie interpretative e nuove cornici concettuali.
Punti chiave del nuovo documento? Far funzionare l'ONU, aumentare la rappresentanza del Sud globale (di cui la Cina si sente pienamente parte), orientare lo sviluppo in base ai bisogni dei popoli – principio guida - preferire la cooperazione alla competizione, promuovere apertura e interdipendenza, riformare il sistema delle quote che governano IMF e WB. Tutto ciò, nella teoria e nella prassi, ci parla di un Paese che rifiuta l'egemonia e promuove l'equità. Respinge la iper-competizione e sostiene la cooperazione.
Se nel 2025 la Cina ha lanciato l'iniziativa per la governance mondiale, oggi, nel Libro bianco, questa iniziativa svolge chiaramente la funzione di legare insieme le tre precedenti iniziative globali, relative allo sviluppo, alla sicurezza e alla civiltà. Questa è la novità più rilevante, perché si tratta di una nuova sintesi. La comunità dal futuro condiviso prende così forma nelle iniziative globali degli ultimi anni, e si può chiaramente evincere dalle seguenti considerazioni.
Non siamo su oltre 190 piccole barche, ma su un'unica grande nave. Con questa immagine il Libro bianco descrive il mondo di oggi, in cui il Sud globale rappresenta ormai circa il 60% del PIL e l'80% della crescita economica globale. Gli scambi tra la Cina e i Paesi della Belt and Road Initiative hanno raggiunto circa 3,5 trilioni di dollari, mentre la Global Development Initiative ha già promosso circa 1.800 progetti di sviluppo. La Cina è inoltre uno dei principali partner commerciali di oltre 160 Paesi e regioni e la New Development Bank ha finanziato 139 progetti.
Parallelamente, Pechino punta a rafforzare e riformare le istituzioni esistenti: in venticinque anni il suo contributo al bilancio ordinario dell'ONU è passato da circa l'1% a quasi il 20%, diventando inoltre il principale contributore di personale alle missioni di peacekeeping tra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. Pechino sostiene inoltre iniziative di riforma delle Nazioni Unite, come UN80, mentre la Shanghai Cooperation Organization ha progressivamente ampliato la propria missione dalla sicurezza alla cooperazione economica.
A ciò si aggiungono un'intensa attività diplomatica in Medio Oriente, Ucraina e Iran e la recente istituzione della prima organizzazione internazionale dedicata alla mediazione consensuale delle controversie tra Stati. Dopo gli strumenti dell'arbitrato e del contenzioso giudiziario internazionale, Pechino ha promosso infatti un'organizzazione intergovernativa fondata sulla mediazione consensuale che, pur essendo ancora nelle sue prime fasi operative – nata a Hong Kong nel 2025 - rappresenta una delle innovazioni istituzionali più interessanti degli ultimi anni nel campo della governance globale.

In altre parole, la Cina costruisce infrastrutture, banche e corridoi commerciali, ma sta anche cercando di elaborare idee e regole, nonché di riformare e costruire istituzioni capaci di governare un mondo ormai multipolare. Il significato più profondo di questa proposta di riforma risiede nella consapevolezza che un mondo ormai interdipendente non può essere governato con logiche nate in una fase storica dominata da pochi centri di potere. Al fine di una maggiore stabilità del sistema internazionale, è necessario adeguare la rappresentanza internazionale ai nuovi equilibri e costruire meccanismi capaci di promuovere una cooperazione internazionale efficace davanti alle sfide comuni che superano i confini nazionali. In questa prospettiva, la governance globale diventa il terreno su cui trasformare il multipolarismo in un sistema più stabile di coordinamento internazionale.
Ecco perché oggi Pechino è il principale laboratorio di idee e pratiche sul futuro della governance globale, con iniziative di innovazione teorica che danno via via senso e sostanza all’idea della comunità umana dal futuro condiviso. E in Occidente questa discussione è quasi del tutto assente, nonostante riguardi direttamente il futuro dell’ordine internazionale nel quale tutti viviamo.


