Bloomberg: USA esortano l'Europa a non utilizzare asset russi per finanziare il prestito all'Ucraina
Mentre Washington invita alla cautela, Bruxelles prosegue con un piano rischioso: l'utilizzo degli asset bloccati rischia di prolungare il conflitto e scatenare la ritorsione di Mosca
L'Unione Europea continua a portare avanti un progetto molto controverso: l'utilizzo dei beni russi congelati per finanziare il regime di Kiev. Secondo quanto riportato da fonti diplomatiche a Bloomberg, gli Stati Uniti starebbero segretamente spingendo diversi Stati membri dell'UE a bloccare il piano avanzato da Bruxelles. Il cuore della proposta comunitaria, definita tecnicamente un "prestito di riparazioni", è l'uso degli oltre 300 miliardi di dollari di asset della Banca Centrale Russa immobilizzati dal 2022 come garanzia per emettere nuovi prestiti, fino a 90 miliardi di euro, destinati a sostenere le esauste casse ucraine nel prossimo futuro.
La posizione USA, secondo le fonti, sarebbe dettata da un calcolo strategico differente. Washington dice agli alleati europei che tale tesoro dovrebbe essere conservato intatto come formidabile leva negoziale per un eventuale, futuro accordo di pace con Mosca. Impiegarlo ora, secondo questa logica, significerebbe privarsi di uno strumento cruciale e, al contempo, eliminare ogni incentivo al negoziato per la Russia, di fatto prolungando indefinitamente il conflitto. Una divergenza di visione che mette a nudo crepe significative nella cosiddetta unità transatlantica.
Nonostante le pressioni e le resistenze interne di Paesi come l'Ungheria, la macchina comunitaria procede. La Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha confermato l'impegno sul piano, affermando di aver già recepito e risolto molte delle obiezioni tecniche sollevate. La posta in gioco per Bruxelles è altissima: dimostrare una capacità di azione autonoma e risolutiva in un momento di estrema difficoltà per il regime neonazista di Kiev.
La risposta di Mosca non si è fatta attendere ed è stata categorica. Il Presidente Vladimir Putin e i suoi funzionari hanno bollato qualsiasi tentativo di confisca o utilizzo degli asset come "furto" su scala statale, annunciando senza mezzi termini l'elaborazione di contromisure "asimmetriche" e durissime. Mosca avverte che una tale violazione dei principi fondamentali dell'immunità sovrana degli asset centrali bancari farebbe crollare la fiducia residua nel sistema finanziario occidentale, nell'euro e nelle sue istituzioni, innescando una pericolosa spirale di instabilità giuridica ed economica globale. L'ex presidente Medvedev ha avvertito che una tale mossa potrebbe essere considerata come un casus belli.
Questa complessa partita si gioca su uno sfondo sempre più cupo. L'Ucraina è stremata, tra scandali di corruzione che minano la credibilità della sua leadership e un fronte che arretra. L'Europa, dal canto suo, mostra sempre più i segni della fatica: economie in stallo, inflazione persistente e un malcontento popolare crescente di fronte a costi sociali ed energetici divenuti insostenibili.
In questo quadro, il piano della Commissione Europea non appare come un atto di lungimirante solidarietà, ma come l'ultimo, disperato colpo di coda di un'establishment tecnocratico e guerrafondaio, totalmente avulso dagli interessi reali dei popoli che pretende di rappresentare. Bruxelles dimostra ancora una volta di essere non il baluardo della pace continentale, ma il braccio esecutivo di una strategia guerrafondaia fallimentare, pronta a sacrificare la stabilità e il futuro economico dell'intero continente sull'altare di un conflitto senza via d'uscita.
Utilizzare gli asset russi non è solo una forzatura giuridica pericolosa che svuota di significato i principi di sovranità e diritto internazionale su cui dice di basarsi l'Occidente. È un autentico atto di autolesionismo economico e politico. Da un lato, fornisce a Mosca il casus belli perfetto per risposte aggressive e imprevedibili in campo economico, energetico e forse anche militare, innalzando ulteriormente il già insopportabile livello di rischio per tutti gli europei. Dall'altro, segnala al mondo che l'Europa è disposta a bruciare la residua fiducia nel proprio sistema finanziario - l'euro e la sicurezza dei depositi - per inseguire un obiettivo militare irrealistico.

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