Prof. Parenti - Venezuela e Taiwan: perché la Cina reagisce così?

06 Gennaio 2026 16:32 La Redazione de l'AntiDiplomatico

Negli ultimi giorni, Pechino ha usato toni duri contro gli Stati Uniti per il loro intervento in Venezuela contro il governo di Nicolás Maduro. Ma attenzione: sarebbe un errore interpretare questa presa di posizione come una semplice difesa del legittimo presidente venezuelano.

Per la Cina, il cuore della questione è un altro: il precedente pericoloso che si crea quando una potenza decide di colpire governi sovrani, agendo in nome di una presunta superiorità morale o giuridica.

C'è un'evoluzione preoccupante. In passato, gli USA cercavano almeno di giustificare le loro azioni con un linguaggio giuridico. Oggi, anche questo freno sembra venuto meno. L'amministrazione Trump agisce spesso prescindendo dal diritto internazionale e dall'opinione pubblica mondiale, nonostante una diffusa opposizione a nuove crisi, dal Venezuela all'Iran.

Questa, per Pechino, è l'applicazione di una prassi autoritaria alle relazioni globali.

Il caso Venezuela non è visto come un'eccezione, ma come parte di uno schema ricorrente: sanzioni unilaterali, isolamento finanziario, delegittimazione politica e, quando serve, uso della forza. Accettare questo metodo significherebbe accettare un mondo in cui la sovranità di uno Stato dipende dal suo allineamento a Washington.

Ecco perché la reazione cinese è sistemica. Pechino difende un principio fondamentale: la non-ingerenza e il rifiuto dell'uso selettivo del diritto internazionale come arma geopolitica.

Questa logica spiega anche altre recenti mosse di Pechino, apparentemente scollegate. Alla fine di dicembre, la Cina ha rafforzato le esercitazioni militari attorno a Taiwan e ha varato sanzioni contro aziende USA della difesa. Per Pechino, sono due fronti dello stesso schema: pressione e contenimento strategico da parte americana.

Taiwan è il punto più sensibile della sovranità cinese. Ogni vendita di armi, ogni visita politica viene letta come un tentativo di modificare lo status quo. Le esercitazioni servono a una deterrenza chiara verso Washington e i suoi alleati regionali.

Il messaggio di Pechino agli Stati Uniti è dunque questo: trasformare ogni crisi regionale in uno strumento di dominio globale rende la competizione tra potenze sempre più instabile e pericolosa.

In conclusione: la Cina non difende Maduro in quanto tale. Vuole un ordine internazionale fondato su regole condivise, non su eccezioni dettate unilateralmente. È consapevole che ogni precedente creato arbitrariamente può diventare, prima o poi, un'arma contro chiunque rifiuti la logica del dominio.

Di fronte all'emergere di un mondo multipolare, gli Stati Uniti e l'Occidente - spiega il prof. Parenti - rifiutano di adattarsi, scegliendo invece la strada della forza e dell'unilateralismo. Una scelta che, lungi dal riaffermare il primato occidentale, rafforza le ragioni di quei paesi - la stragrande maggioranza dell'umanità - che cercano alternative e si allontanano sempre più da Washington e Bruxelles.

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