Prendere posizione sul fenomeno “woke” è sconsigliabile, perché è un termine che copre una quantità svariata di cose, non necessariamente coerenti tra loro, spesso molto eterogenee, così come molto eterogenei sono i riferimenti culturali da cui esso pesca. Il woke non esiste come sistema compatto, e allora diviene necessario discutere le parti, perché il rischio è che dalla confusione emerga qualcosa di pericoloso: che la polemica attuale contro il woke serva a scardinare qualcosa di molto diverso da quello che crediamo.
Ci sono autori diversi che si possono rintracciare come radici culturali, e sono radici eterogenee: Foucault non è Stuart Hall. Diverse sono le concezioni filosofiche e gli stili di esistenza che i differenti woke intendono lasciarsi alle spalle. Da un lato, certo, soprattutto con Foucault, nonostante le anime pie che cercano di mettere insieme Marx e Foucault, ci si intende lasciare alle spalle il marxismo (basta leggere Microfisica del potere), ma dall’altro, per esempio con Stuart Hall (Politiche dell’amicizia), è soprattutto il liberalismo e il populismo autoritario che ci si intende lasciare alle spalle.
Proprio per questo, bisogna essere prudenti quando si affronta questo fenomeno e quando si cerca di capire il dietrofront che è arrivato dagli Stati uniti e che tutti hanno subito fatto proprio e salutato come la fine di un incubo.
Già il fatto che il dietrofront venga dalla capitale dell’impero avrebbe dovuto mettere qualcuno sull’avviso, impensierirci: in che senso si sono sbagliati? Che cosa vogliono lasciarsi alle spalle? Perché lo fanno?
E poi, quando anche Matteo Renzi si dichiara d’accordo con Conte e se ne esce dicendo che la sinistra vince «mettendo al centro la questione sociale, il benessere economico, la vita quotidiana, non la cultura woke», ecco, magari un certo campanello di allarme dovrebbe suonare in molti di noi.
Di solito quando si parla del woke si pensa al linguaggio inclusivo, agli asterischi che tutti abbiamo accettato per quieto vivere, le richieste di bagni per non binari. Nel woke vi erano istanza dissolutive del legame sociale: esso metteva in opposizione le generazioni, le donne e gli uomini.
Io qui non voglio prendere posizione, ma semplicemente invitare alla cautela rispetto a questa retromarcia.
Il woke aveva un aspetto delirante, soprattutto se lo vediamo esporre da uno come Raimo, che lo usa per esprimere il proprio odio feroce verso tutto ciò che appartiene a questo paese, che sa di popolare, di tradizione.
Ma sotto il nome “woke” ci sono cose differenti, e bisogna chiedersi se l’attuale retromarcia riguardi il woke di Raimo, gli asterischi e la furia dissolutiva del legame o se, invece, non intenda colpire altro e usare retoricamente tutto questo per creare consenso in funzione elettorale.
Ovviamente io credo che oggi abbia queste due funzioni. Su quella elettorale non si soffermo perché è veramente residuale. Sull’altro due parole soltanto, che riguardano aspetti filosoficamente rilevanti
1) Non basta avere gli stessi diritti, perché siamo diversi, e i diritti che chiede un cattolico non sono quelli che chiede un liberale.
2) La società non si compone di individui ma di gruppi (etnie, tradizioni culturali), per cui il linguaggio universalistico astratto non solo non intercetta queste differenze ma è un dispositivo per rimuoverle
3) una società non è una mera struttura di ripartizione di merci: essa è caratterizzata da tradizioni, della circolazione del senso, da formazioni identitarie. Le masse non lottano solo per “stato sociale ed edilizia popolare” (Conte è mal consigliato, ma molto male, da gente arcaica, e lo vedremo alle prossime elezioni).
4) Le persone si riconoscono come parte di un gruppo, di un popolo, di un’etnia, di una tradizione etc. Ci arrivava persino Habermas in “Per la ricostruzione del materialismo storico”, daje, ce la si può fare allora.
Come lo chiamiamo questo fenomeno? Come lo giudichiamo? E quando si dice retromarcia rispetto al woke da che cosa si vuole prendere le distanze?
Potrebbe essere che l’attacco odierno al woke sia un attacco all’idea che si entri nella sfera pubblica come gruppi, come appartenenti a un gruppo, che le identità (etniche, religiose) contino.
E' L'IDEA DI APPARTENENZA CHE SI VUOLE ATTACCARE
L’universalismo astratto fa il paio con la riduzione della persona, che è una struttura relazionale, all’individuo isolato, al soggetto consumatore (dategli un aumento di stipendio e fatelo contento, su questa follia, che coinvolge studiosi di sinistra importanti, bisognerebbe tornare)
Bisogna stare attenti, perché l’esca dell’attacco al woke può essere velenosa: è stata preparata con cura. Bisogna sorvegliare le nostre reazioni, quelle che gli algoritmi prevedono: bisogna fottere l’algoritmo, fare l’opposto di quello che si aspetta.
Con la retromarcia non si intende certamente mettere in discussione gli asterischi e bla bla, ma imporre l’idea dell’accesso alla sfera pubblica come individui e non come gruppi.
Ma è anche un attacco regressivo. Il woke si deve criticare, su questa bacheca lo abbiamo fatto per anni, ma c’è modo e modo.
Oggi lo si attacca per tornare all’UNIVERSALISMO ASTRATTO, per annullare le differenze. Di fatto, è all’opera una regressione al Settecento, a un’idea di ragione che non tiene da nessun punto di vista, siamo di fronte a un tentativo di fare passare una concezione molto particolare e in corso di decomposizione storica, il liberalismo, per espressione pura della ragione universale, a cui tutto si deve piegare in quanto particolare. Allora, per dirla con Adorno, è dalla parte del particolare che bisogna stare.
Mi fermo qui, probabilmente sarò frainteso, le cose sono buttate lì alla rinfusa senza essere dipanate, molte non vengono neanche menzionate, e magari qualcuno se ne viene che sto difendendo il woke.
Semplicemente, io sarei prudente, molto prudente, perché l’imperatore non produce mai niente che possa liberare i popoli: getta reti che imprigionano.
Ma noi siamo sempre alla ricerca di un santino. E sì, sfortunato il paese che ha bisogno di eroi...