Gli errori (da non ripetere) della "cultura woke"

25 Agosto 2026 14:00 Paolo Desogus

di Paolo Desogus*

Il woke è finito. Benissimo. Cerchiamo ora di non riprodurne i vari difetti, tra cui quello più grossolano e irrazionale che faceva del linguaggio il terreno della lotta, tra l'altro con esiti a dir poco ridicoli come la schwà o come diavolo si chiama.

A me infatti va benissimo che si parli di diritti individuali e delle discriminazioni nella cornice dei diritti sociali e del conflitto di classe. Sono felice insomma che si torni a discutere di materialismo. Però lo sono nella misura in cui "lotta di classe", "materialismo", "struttura-sovrastruttura" e altro non sono parole magiche che come quelle del woke danno l'illusione di trasformare la realtà nel momento in cui vengono pronunciate.

Spero che qui ci sia il massimo accordo: non esiste conflitto culturale che ci porti fuori dal woke e dalle altre tendenze neoliberali se la questione materiale non viene fatta propria da una soggettività sociale che accetti il conflitto e che lo accetti fino in fondo, cioè nei rapporti di forza tra capitale e lavoro.
Il woke per certi versi è stato la forma mistificata del disimpegno travestito da impegno. È stato la falsa coscienza dei difensori dello status quo, della reazione capitalista travestita da progressismo e da moralismo ricattatorio. Non ci vuole però niente a trasformare persino le lotte sociali in qualcosa del genere.

Dunque gambe in spalla, altrimenti siamo punto a capo. Rischiamo di sostituire la schwà con la maglietta di Che Guevara senza pervenire ad alcuna razionalità, ad alcun materialismo storico, finendo per riconfermare anzi le scemenze del pensiero magico postmoderno.

*Commento Facebook del 24 agosto 2026

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