di Francesco Fustaneo
La conferma pubblica è giunta attraverso un breve annuncio sulla pagina Facebook a lui intitolata: “Apparteniamo a Dio e a Lui torneremo. Il mujahid Saif al-Islam Gheddafi è affidato alle cure di Dio”. Un messaggio lapidario, senza dettagli ulteriori sulle circostanze.
A seguire, anche Mohamed Abdel-Muttalib Al-Houni, ex consigliere di Gheddafi durante il progetto politico “Libia al-Ghad”, ha preso la parola sui social, denunciando un tradimento: “La mano del tradimento si è tesa e ha assassinato un uomo che amava la Libia e sognava la sua prosperità e rinascita. Lui è Saif al-Islam al-Gheddafi”.
Le dinamiche dell’agguato e l’identità degli esecutori restano completamente oscure. Al momento in cui scriviamo, né il governo con sede a Tripoli né quello di Bengasi hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali.
Saif al-Islam, 53 anni, pur non avendo mai ricoperto una carica formale di vertice di governo sotto il padre, ne fu considerato il numero due e il volto pubblico più modernizzante dal 2000 fino alla caduta del regime nel 2011. Catturato dalle milizie di Zintan mentre tentava la fuga dopo la presa di Tripoli, la sua detenzione in una prigione locale divenne l’emblema della frammentazione del potere in Libia.
Rilasciato nel 2017 grazie a una grazia generale del parlamento di Tobruk, aveva da allora mantenuto un profilo discreto ma continuativamente influente, tessendo relazioni dalla sua roccaforte di Zintan. La sua figura restava un potenziale catalizzatore di consenso, ma anche di forti opposizioni, attraverso le divisioni tribali e regionali del Paese.
L’assassinio riaccende i riflettori sulla profonda instabilità libica, a oltre un decennio dalla rivoluzione che portò alla morte di Muammar Gheddafi. La Libia rimane spaccata di fatto in due tra governi rivali e un mosaico di milizie.
La rimozione violenta di una delle poche figure storiche in grado di attraversare, almeno nominalmente, le fratture del Paese, rischia di aprire un nuovo periodo di tensione. Le prossime ore saranno cruciali per capire se l’episodio resterà confinato a Zintan o diventerà la miccia per un più ampio confronto in un Paese dove la violenza non si è mai sopita.
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